Ahimsa, la nonviolenza

ahimsaNell’opera ” Yoga Sutra” di Patanjali (dal sanscrito: “aforismi sullo Yoga”), una delle più importanti nel panorama di questa disciplina, vengono descritti la pratica e i mezzi grazie ai quali raggiungere lo Yoga, ovvero l’Unità intesa come comprensione della non dualità della realtà.

In particolare desidero parlarvi di uno degli Yama per me centrali e più importanti nella teoria dello Yoga: Ahimsa. Gli Yama sono i primi degli 8 stadi descritti da Patanjali utili per raggiungere la consapevolezza che Tutto è Uno. In particolare gli Yama sono le astensioni date dagli antichi maestri sottoforma di consigli al praticante, utili per creare una vita in armonia. Gli Yama dunque non sono dei comandamenti ma semplicemente delle indicazioni, degli strumenti di lavoro per la propria evoluzione, e questo è fondamentale perchè il non seguirli non comporta punizioni divine come nel caso invece dei dieci comandamenti della nostra tradizione. Il primo è il più importante di questi Yama è appunto Ahimsa, la nonviolenza. Patanjali non dice di amare il prossimo ma, se proprio non si riesce ad amare gli altri, astenersi perlomeno dal fargli del male.

Ahimsa è allora prima di ogni cosa fare il possibile per non causare dolore agli altri esseri viventi. Non solo azioni ma anche parole, pensieri e atteggiamenti che in qualche modo possano ferire l’altro sia esso un umano o un animale. Ahimsa significa anche accettare le scelte dell’altro perché si comprende che sarebbe una forma di violenza imporre i propri ideali verso chi invece non la pensa allo stesso modo nostro. Ahimsa sfocia nell’Amore Universale quando ci rendiamo conto che fare del male a qualcun’altro significherebbe fare del male a se stessi (proprio per il concetto di Yoga, ovvero Unità). Praticare un’autentica nonviolenza integrale non è facile. Possiamo però incamminarci lungo tale strada, impegnandoci il più possibile perlomeno a fare il meno possibile del male agli altri.

Il concetto di Ahimsa nello Yoga si applica nel non praticare tale disciplina con sforzo (con violenza) ad esempio nelle asana: significa concedere al proprio corpo di “entrare” nella forma senza costringerlo ad assumere posture per lui impossibili o addirittura dolorose (come ad es. nel caso di ernie discali: non costringere il corpo ad assumere piegamento all’indietro con la schiena, che potrebbero provocare dolore), ma imparare a rispettare i suoi segnali e godere della sua unicità. Un atteggiamento nonviolento in questo contesto vuol dire anche non accusare se stessi se non si è in grado di fare un particolare esercizio (“perché sono così rigido??!/ non è possibile essere rigida come un manico di scopa a questa età!!”). Cerchiamo quindi per quanto ci è possibile di essere clementi con noi stessi e con tutti gli altri, la Vita cambierà in meglio.

Diletta