
Oggi desidero parlarvi di un concetto molto importante all’interno della filosofia alla base dello Yoga, che può essere per voi anche uno spunto interessante per comprendere come questa disciplina non lasci mai nulla al caso, ma ogni elemento che la compone ha un senso e significato ben precisi, le cui radici affondano profondamente nella complessa cultura induista.
Nell’opera centrale “Yogasutra” di Patanjali, le asana (ovvero le posture che il corpo assume durante la pratica di yoga) vengono definite “sthirasukham”, ovvero “stabili e confortevoli”. Cosa significa?
L’asana dà stabilità rigida al corpo e, allo stesso tempo, riduce al minimo lo sforzo fisico. Si evita in questo modo la sensazione spiacevole di stanchezza fisica e tensione muscolare di certe parti del corpo, si regolano i processi fisiologici, consentendo all’attenzione di occuparsi esclusivamente della parte sottile di noi, fatta di percezioni, sensazioni. Inizialmente, a dir la verità, l’asana é sempre scomoda e per alcuni anche insopportabile. Ricordo a questo riguardo le mie prime volte in cui mi cimentavo in Ardha Chandrasana (“la Mezza Luna”), o in tutte le forme di Parivrtta (torsioni) delle asana di radicamento in piedi, e non mi vergogno di certo nel dire che le odiavo profondamente, ogni volta che a lezione la mia insegnante le proponeva, mi veniva su un gran nervoso e appena possibile uscivo subito dalla forma perché le trovavo scomode, fastidiose e persino inutili. É stata dopo una certa pratica costante basata su queste asana che ho capito di essere io nell’errore, perché fino ad ora avevo visto le cose dalla prospettiva sbagliata. Quelle asana di forte radicamento alla Terra mi costringevano a rimanere “coi piedi per terra”, quelle torsioni mi dicevano di iniziare ad essere più flessibile mentalmente, cosa che all’epoca non volevo accettare minimamente. Il fastidio muscolare mi diceva che dovevo allenarmi per stare confortevolmente in quelle forme, cosí come nella vita di tutti i giorni, avrei dovuto “allenare” me stessa ad essere forte abbastanza per superare certe situazioni che per me erano dei veri ostacolo all’epoca. La pratica costante ha lavorato sul mio corpo è plasmato la mente, mi ha aiutato a far risaltare quei punti luce che non volevo vedere in me, ma che possedevo eccome.
Come detto prima, é dopo una certa pratica costante che lo sforzo di mantenere il corpo nell’asana diventerà minimo. Lo sforzo tenderà a scomparire e la posizione diverrà naturale, ed é solo allora che l’asana aiuterà al raggiungimento della meditazione. Quando la postura sarà confortevole e mantenuta senza sforzo, sarà possibile una sospensione dell’attenzione sensoriale, un distacco dalle sensazioni fisiche che il corpo trasmette. In quel preciso istante sarà possibile rivolgere pienamente lo sguardo al proprio interno. L’asana é dunque considerabile come una forma di vera e propria ascesi.
Prima di raggiungere questo stato é necessario avere grande pazienza e compassione verso se stessi, ci vorrà del tempo. La gioia del tempo e della lentezza: ecco questo é un altro immenso dono dello Yoga per noi.
Buona pratica,
Diletta

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