Il potere di un grazie

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Dirsi grazie fa bene. Fa bene perché si dá un’iniezione di autostima e di grande amore al proprio essere, sempre più messo a dura prova da uno stile di vita frenetico che mira alla prestazione, obbligato com’è a seguire il giudizio “infallibile” del giudice spietato che segue la nostra personale gara chiamata vita.

Questa corsa all’essere sempre “migliore di”, al superarsi e al non volere mai accontentarsi può farci davvero male, soprattutto quando tutto questo non incoraggia in maniera salutare la nostra evoluzione, ma piuttosto nutre un ego ipertrofico.

Quante volte possiamo dirci davvero grati per quello che siamo e abbiamo?

Aprirsi alla gratitudine quando la vita va come vorremmo é facile certo, ma questo atteggiamento dovrebbe essere applicato anche quando le cose non vanno nella direzione che vorremmo. In realtà, ogni singola cosa che ci arriva é perché da quella cosa abbiamo bisogno di imparare qualcosa, per la nostra evoluzione personale. É un concetto quest’ultimo estremamente difficile da comprendere per noi occidentali, ma questa visione é abbracciata da molte figure spirituali orientali, le quali vogliono ricordarci che essere grati per ciò che siamo e abbiamo nel momento presente, può essere la strada per vivere la vita in modo intenso e positivo. Ciò permette di non lasciarsi mai abbattare, avere più autostima, essere più forti, positivi e coraggiosi, avere un atteggiamento maggiormente misericordioso verso il sé e gli altri. É un aprirsi alla vita, al suo flusso continuo. É un atto del dare che dimostra la propria apertura del cuore verso l’esterno, il non avere paura di essere feriti o preso in giro. Quando diamo dal cuore, ci offriamo alla vita e agli altri con pura sincerità e amore incondizionato. Dire GRAZIE  é bellissimo e un atto potente di amore verso se stessi ma anche verso le altre persone, soprattutto se queste ultime ci hanno fatto soffrire: É il modo più semplice per disinnescare la rabbia e l’odio che le ha spinte a farci del male.

Questo concetto prezioso é inserito anche all’interno della filosofia alla base dello Yoga, facendo parte dei Niyama uno degli “scalini, Anga” attraverso i quali il praticante può raggiungere il Samadhi (ovvero la beatitudine universale). In sanscrito viene chiamato Santhosha.

A mio parere le traduzioni cui si assiste spesso di questo termine come di “accontentarsi” possono fuoriviare l’idea alla base di questo concetto. Questo perché nella nostra cultura “accontentarsi” ha ormai acquisito valenza negativa, mentre Patanjali quando parlava di Santhosha nella sua opera monumentale “Yoga Sutra” pensava a ben altro. Pensava a quanto fosse l’atto più puro e sincero d’amore il riuscire ad essere grati per ogni cosa. Il non desiderare sempre qualcosa di diverso da quello che si é e si ha, ma abbracciare ogni sfumatura per stare in completa armonia con il Tutto. É il sentirsi completamente appagati mantenendo l’equilibrio e la quiete interiore.

Essere grati dunque può avere solo risvolti positivi, proviamo perciò ogni giorno a ringraziarci e a ringraziare la vita per qualcosa. A questo proposito posso suggerirvi di scrivere quotidianamente (o al limite il più spesso possibile) su un pezzetto di carta “Oggi dico grazie perché…” . Ogni pezzetto di carta verrà messo dentro ad un contenitore, che potrà essere aperto per leggere tutto il suo contenuto solo l’ultimo giorno dell’anno.  La nostra prospettiva cambierà sicuramente in meglio!

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