Il vero scopo dello Yoga. Una visione che forse pochi ti hanno detto

Aldilà di tutto ciò che lo Yoga è diventato negli ultimi anni, esso racchiude in sè una prospettiva filosofica molto profonda, affascinante e precursore delle più recenti teorie scientifiche in ambito della fisica quantistica e della psicologia cognitiva.

Oggi quando si parla di Yoga, si tende soffermarsi più su ciò che fisicamente si sperimenta sul tappetino, sugli esercizi che mettono spesso alla prova il corpo, e che coinvolgono notevolmente l’uomo occidentale moderno più di qualunque teoria alla base di questa disciplina splendida.

Da un lato ritengo personalmente giusto che anche lo Yoga si “modernizzi” rispondendo alle esigenze dell’uomo moderno, che sono chiaramente differenti rispetto a quelle degli uomini contemporanei a Patanjali, ma è allo stesso modo fondamentale non perdere la bussola, ed essere a conoscenza dei tanti perchè e delle tante risposte che costituiscono la base teoretica dello Yoga.

Quale fu dunque la spinta, per i primissimi praticanti yogin, a vivere secondo la disciplina Yoga?

La sofferenza e il desiderio di liberarsene, per vivere un’esistenza lucida e consapevole.

Sradicare la sofferenza mentale significava sradicare l’ordinaria cognizione umana, l’abituale modo di intendere il sè ed il mondo, e aprirsi ad una dimensione conoscitiva che la trascendesse. Per trascenderla, è necessario prima di tutto riconoscere che la sofferenza esiste, che deve essere eliminata attraverso un metodo preciso, che altro non era se non quello dello Yoga.

L’ignoranza (Avidya), era intesa come la tendenza a non-vedere le cose come realmente sono, ed era intesa la causa primaria della sofferenza. Essa si riteneva conducesse ad una percezione duale ed oppositiva, in cui il soggetto si percepisce come un IO distinto dall’oggetto percepito, quando invece non esiste separazione tra il vedente e ciò che si vede.

Far cessare la sofferenza esistenziale significava dunque sradicare Avidya, alla base di tutte le afflizioni mentali chiamati Klesa, percezioni erronee che creano l’abitudine alla sofferenza e ostacolano il discernimento.

Lo sguardo era rivolto dunque ai meccanismi psichici distorti, illusori e carichi di afflizione che, dal momento del contatto tra vedente e oggetto visto, si sviluppano assumendo l’aspetto apparente di entità individuate realmente esistenti e distinte tra di loro.

Liberarsi dalla sofferenza significava “vedere” che le cose non sono ciò che appaiono, in quanto pesantemente influenzate dall’esperienza precedente che il vedente ha avuto in passato.

Tale visione abbraccia le teorie della psicologia cognitiva più recenti, secondo le quali le nostre reazioni alla realtà, dipendono dal ricordo delle esperienze precedenti simili di cui è impresso il ricordo in memoria, e sulla base del quale, il nostro cervello elabora la reazione ritenuta migliore rispetto a quanto avuto esperienza in precedenza.

Lo Yoga era dunque il cammino di ritrazione dell’individuo dal contatto carico di afflizioni con il mondo esterno e con i processi mentali fino all’isolamento della pura consapevolezza, della pura potenzialità di cognizione. Il punto di partenza dello Yogin era abbracciare la disciplina yogica con l’intenzione di destrutturare la percezione e l’esperienza ordinaria, per ritrovare così l’armonia esistenziale.

Solo dal riconoscimento della sofferenza interiore poteva mettersi in moto il processo di guarigione e trasformazione, attraverso l’applicazione del metodo dello Yoga.

La concezione era che chi vedeva con gli occhi dello Yoga, vedeva quello che altri non vedevano, in quanto liberi dalle canoniche percezioni mentali che conducevano ad una visione duale e di separazione.

Spero che questo breve excursus aiuti a cogliere il senso profondo alla base di questa disciplina, e che possa in qualche modo illuminare almeno un poco il percorso di esplorazione che, tu che stai leggendo, sperimenti ogni volta che pratichi Yoga.